Prima di organizzare un ritiro, scegliere un impianto o compilare un formulario, c’è una domanda a cui ogni azienda deve saper rispondere: che rifiuto sto producendo, esattamente? Dalla risposta dipendono il codice EER, la pericolosità, il trasportatore da incaricare, l’impianto di destinazione e anche il costo dello smaltimento.
È qui che entra in gioco l’analisi dei rifiuti industriali. In questa guida vediamo cos’è la caratterizzazione, quando l’analisi è necessaria, ogni quanto va ripetuta secondo la normativa e come si svolge, dal campionamento al rapporto di prova.
Caratterizzazione dei rifiuti: cos’è
La caratterizzazione dei rifiuti è l’insieme delle attività che servono a conoscere la composizione e le proprietà di un rifiuto. Comprende la raccolta delle informazioni sul processo che lo ha generato, il campionamento e, quando necessario, le analisi di laboratorio. L’obiettivo è stabilire come quel rifiuto deve essere classificato e gestito.
Nel linguaggio di tutti i giorni i termini analisi, caratterizzazione e classificazione vengono spesso usati come sinonimi. In realtà indicano cose diverse:
- la caratterizzazione è il percorso di conoscenza del rifiuto: da dove viene, cosa contiene, come si comporta;
- l’analisi di laboratorio è uno degli strumenti della caratterizzazione: misura parametri chimici e fisici su un campione rappresentativo;
- la classificazione è il risultato finale: l’attribuzione del codice EER e delle eventuali caratteristiche di pericolo, da cui dipende tutta la gestione successiva.
Questa distinzione ha conseguenze pratiche: la classificazione è sempre obbligatoria, l’analisi di laboratorio non sempre. Ci torniamo tra poco.
Perché l’analisi dei rifiuti viene prima dello smaltimento
Il D.Lgs. 152/2006, all’art. 184, stabilisce che la corretta attribuzione dei codici dei rifiuti e delle caratteristiche di pericolo spetta al produttore. Il produttore deve seguire le Linee guida sulla classificazione dei rifiuti elaborate dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA). Il laboratorio e il consulente tecnico supportano l’azienda, ma la responsabilità della classificazione resta sua.
Da una classificazione corretta dipendono quasi tutte le scelte successive:
- il codice EER, che identifica il rifiuto su formulari, registri e RENTRI;
- la pericolosità, che determina limiti del deposito temporaneo, imballaggi, etichettatura ed eventuali regole ADR per il trasporto;
- il trasportatore, che deve essere iscritto all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per quel codice;
- l’impianto di destinazione, autorizzato a ricevere proprio quel rifiuto e per quella specifica operazione di recupero o smaltimento;
- il costo, perché un rifiuto classificato come pericoloso per eccesso di prudenza costa di più. Uno classificato come non pericoloso senza basi solide, invece, espone l’azienda a contestazioni.
In pratica, tutta la filiera si regge su questo primo passaggio. Un errore di partenza si trascina in ogni documento successivo.
L’analisi dei rifiuti è sempre obbligatoria?
No, ed è uno degli equivoci più diffusi. L’obbligo riguarda la classificazione. L’analisi è uno degli strumenti per farla correttamente.
L’Elenco Europeo dei Rifiuti distingue due tipi di voci:
- voci “assolute”: il rifiuto è pericoloso o non pericoloso per definizione, indipendentemente dalla sua composizione. In questi casi la classificazione può basarsi sulla conoscenza del processo produttivo e delle materie prime, per esempio tramite le schede di sicurezza;
- voci “a specchio”: lo stesso tipo di rifiuto può essere pericoloso o non pericoloso a seconda delle sostanze che contiene e delle loro concentrazioni. Qui serve una valutazione specifica, che nella maggior parte dei casi richiede analisi di laboratorio.
Anche quando la legge non la impone espressamente, l’analisi diventa spesso indispensabile nella pratica:
- quando le informazioni sul processo non bastano per conoscere la composizione del rifiuto;
- quando lo richiede l’impianto di destinazione come condizione di accettazione;
- quando il rifiuto è destinato a discarica o a recupero in procedura semplificata, casi in cui la normativa prevede verifiche analitiche specifiche.
Quando fare l’analisi dei rifiuti
Le situazioni più frequenti in cui un’azienda deve far analizzare i propri rifiuti sono:
- avvio di una nuova produzione o di un nuovo flusso di rifiuti, di cui non esiste ancora una classificazione;
- rifiuti con codice a specchio, per stabilire se sono pericolosi o non pericolosi;
- modifiche al processo produttivo, come nuove materie prime, nuovi fornitori, nuovi additivi o cambi di lavorazione;
- primo conferimento a un impianto, che chiede in genere una caratterizzazione aggiornata prima di accettare il rifiuto;
- scadenza della validità dell’analisi prevista dalla normativa di settore o dall’autorizzazione dell’impianto;
- dubbi o contestazioni sulla classificazione, per esempio dopo un respingimento del carico;
- rifiuti prodotti da interventi straordinari, come bonifiche di serbatoi, spurghi, demolizioni o pulizie di impianti, che generano residui di composizione non nota.
Analisi rifiuti: esiste una cadenza prevista dalla normativa?
Non esiste una regola valida per tutti i rifiuti e tutte le aziende che imponga di ripetere l’analisi ogni sei mesi o ogni anno. La cadenza dipende dalla destinazione del rifiuto e da eventuali prescrizioni specifiche:
- rifiuti destinati a discarica: il D.Lgs. 36/2003 prevede una caratterizzazione di base al primo conferimento. Va ripetuta a ogni variazione significativa del processo che genera il rifiuto e comunque almeno una volta l’anno;
- rifiuti avviati a recupero in procedura semplificata: il DM 5 febbraio 1998 prevede campionamento e analisi al primo conferimento e successivamente almeno ogni 24 mesi. Vanno ripetuti anche ogni volta che intervengono modifiche sostanziali del processo produttivo;
- impianti con autorizzazione ordinaria o AIA: le condizioni di accettazione, compresa la frequenza delle analisi richieste ai produttori, sono stabilite dall’autorizzazione e dalle procedure dell’impianto;
- in ogni caso: la classificazione va aggiornata ogni volta che cambia qualcosa nel processo, a prescindere dalle scadenze.
Il criterio da tenere a mente è semplice: un’analisi vale finché rappresenta il rifiuto che si sta effettivamente producendo. Un certificato di tre anni fa, riferito a un processo che nel frattempo è cambiato, non tutela l’azienda anche se nessuna scadenza formale è stata superata.
Come si svolge l’analisi dei rifiuti industriali
Una caratterizzazione affidabile segue in genere queste fasi.
- Raccolta delle informazioni. Si ricostruisce l’origine del rifiuto: processo produttivo, materie prime utilizzate, schede di sicurezza, eventuali analisi precedenti. Questa fase orienta la scelta dei parametri da cercare.
- Campionamento. È la fase più delicata. Un’analisi perfetta su un campione non rappresentativo produce un risultato sbagliato. Il campionamento va pianificato ed eseguito secondo le norme tecniche di riferimento, come la UNI 10802, e documentato con un verbale.
- Analisi di laboratorio. Il laboratorio ricerca i parametri utili alla classificazione, come metalli, idrocarburi o solventi. Valuta le caratteristiche di pericolo, le cosiddette HP, definite dal Regolamento UE 1357/2014. Quando rilevante, verifica anche la presenza di inquinanti organici persistenti (POP).
- Test specifici per la destinazione. Se il rifiuto va in discarica o a recupero, possono servire test aggiuntivi, come i test di cessione, che verificano quali sostanze il rifiuto rilascia a contatto con l’acqua.
- Rapporto di prova e classificazione. Il risultato è un rapporto di prova, accompagnato in genere da un giudizio di classificazione che indica il codice EER e le eventuali caratteristiche di pericolo. Questi documenti vanno conservati, perché dimostrano come l’azienda è arrivata alla classificazione.
Quanto costa un’analisi dei rifiuti
Non esiste un prezzo unico. Il costo dipende soprattutto da:
- numero e tipo di parametri da ricercare, legati alla composizione presunta del rifiuto;
- finalità dell’analisi: classificazione, ammissibilità in discarica o recupero;
- stato fisico del rifiuto, solido, fangoso o liquido;
- modalità di campionamento, soprattutto se richiede un sopralluogo presso l’azienda.
Va però considerato l’altro lato della bilancia. Un’analisi mirata può portare a classificare correttamente come non pericoloso un rifiuto prima gestito come pericoloso per prudenza, con un risparmio che spesso supera il costo dell’analisi stessa.
Gli errori più comuni nella caratterizzazione dei rifiuti
Gli errori ricorrenti sono quasi sempre gli stessi:
- attribuire il codice EER “a occhio” o copiarlo da documenti vecchi;
- usare analisi datate, riferite a un processo che nel frattempo è cambiato;
- campionare male, per esempio prelevando solo la parte superficiale di un cassone o di una vasca;
- ignorare le richieste dell’impianto, scoprendolo solo al momento del conferimento;
- non conservare la documentazione che giustifica la classificazione.
Su questi e sugli altri errori nella gestione dei rifiuti abbiamo scritto una guida dedicata.
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Ecoservizi: analisi e caratterizzazione dei rifiuti a Torino
Ecoservizi supporta le aziende di Torino e provincia nell’analisi e caratterizzazione dei rifiuti, dalla raccolta delle informazioni sul processo al campionamento, fino all’attribuzione del codice EER.
La caratterizzazione è il punto di partenza di un servizio integrato. Sulla base della classificazione organizziamo il trasporto autorizzato, lo stoccaggio presso il nostro centro di gestione dei rifiuti e lo smaltimento o l’avvio a recupero presso impianti autorizzati.
Dal 2005 affianchiamo aziende, industrie ed enti del territorio torinese e del Nord-Ovest, con un unico interlocutore dall’analisi del rifiuto al conferimento finale.
Ci trovi in Viale Kennedy 69 a Leinì (TO). Per programmare un’analisi dei rifiuti della tua azienda chiama lo 011 7793454 o scrivi a info@ecoservizi-srl.com.
Domande frequenti sull’analisi dei rifiuti industriali
Cos’è la caratterizzazione dei rifiuti?
È l’insieme delle attività che permettono di conoscere composizione e proprietà di un rifiuto: raccolta delle informazioni sul processo, campionamento e, quando necessario, analisi di laboratorio. Serve ad attribuire il codice EER e le eventuali caratteristiche di pericolo.
L’analisi dei rifiuti è obbligatoria?
È obbligatoria la classificazione del rifiuto, non sempre l’analisi. Per le voci EER “assolute” può bastare la conoscenza del processo produttivo. Per le voci “a specchio”, o quando la composizione non è nota, l’analisi di laboratorio è in genere necessaria. Spesso la richiedono anche gli impianti di destinazione.
Ogni quanto va ripetuta l’analisi dei rifiuti?
Non esiste una cadenza unica. Per i rifiuti in discarica la caratterizzazione di base va ripetuta almeno una volta l’anno. Per il recupero in procedura semplificata, almeno ogni 24 mesi. Negli altri casi valgono le condizioni dell’impianto. In tutti i casi l’analisi va rifatta quando cambia il processo produttivo.
Chi è responsabile della classificazione dei rifiuti?
Il produttore del rifiuto, secondo l’art. 184 del D.Lgs. 152/2006. Laboratori e consulenti supportano l’azienda nella caratterizzazione, ma la responsabilità della classificazione resta del produttore.
Cosa sono i codici a specchio?
Sono voci dell’Elenco Europeo dei Rifiuti per cui lo stesso tipo di rifiuto può essere pericoloso o non pericoloso, a seconda delle sostanze contenute e delle loro concentrazioni. Per classificarli serve una valutazione specifica, di solito basata su analisi.
Quanto costa un’analisi dei rifiuti?
Dipende dal numero e dal tipo di parametri da ricercare, dalla finalità dell’analisi e dallo stato fisico del rifiuto. Per questo il preventivo si definisce dopo aver valutato l’origine del rifiuto e la sua destinazione.